Joker

Bello il film, bello il carattere del protagonista e bello il fatto che, a interpretarlo, sia stato un attore vegano.
Se non fossi già anagraficamente adulto, direi questo: “Da grande voglio essere Joker”.
Nessun film ha mai saputo osservarmi tanto dentro, nemmeno quello che più preferisco in assoluto (Le ali della libertà).
Dentro di me, represso e trattenuto da pesanti catene, si cela già un Joker.

Vorrei creare disordine, caos, devastazione, tumulto, sconquasso.
In attesa dell’estinzione dell’umanità, vorrei destabilizzare lo status quo e far crollare le fondamenta dell’ordine sociale.
Vorrei che la gente fosse così infelice, demoralizzata, diffidente e terrorizzata da non avere più alcun desiderio né voglia di partecipare alla vita comunitaria.
Vorrei che le feste comandate, i ponti vacanzieri, gli eventi di gruppo e le nottate in discoteca divenissero solo un triste e lontano ricordo.
Vorrei che i buoni potessero finalmente castigare i cattivi senza conseguenze penali.
Vorrei che i cattivi implorassero pietà in ginocchio e che poi venissero uccisi lo stesso.
Vorrei che giustizia fosse finalmente fatta e che l’essere umano pagasse caro anche il solo fatto di esistere.

Heil Joker!

Fantasma nero

Autore: Fantasma nero

Il mio indirizzo e-mail è eternomisantropo@mail.com, ma tu non usarlo.
Dico sul serio: non scrivermi in privato.
Ok, se proprio devi… no, non scrivermi lo stesso.

Dopo aver toccato il fondo, si può sempre scavare…

Ogni mattina (alle 3 di notte… ndFN) un gatto si sveglia e sa che dovrà miagolare più forte che può, per impedire che lo schiavo umano si riaddormenti.

Ringrazio il munifico caldo anche per questo: ira estrema di giorno e riposo azzerato di notte.
Poi vedo foto di gente che va al mare a febbraio e penso che, se potessi controllare la diffusione del coronavirus (o di qualsiasi altro agente patogeno potenzialmente letale), ‘sti imbecilli avrebbero i minuti contati.

Fantasma nero

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R. I. P.

Non riesco a piangere.
Le ghiandole lacrimali funzionano: è emotivamente che non trovo più lo stimolo per farlo.
Eppure vorrei tanto riuscire ad abbandonarmi a un bel pianto liberatorio, perché significherebbe che provo ancora un barlume di sentimento.

Non sto reagendo a niente, se non agli stimoli che, giorno dopo giorno, accrescono la mia rabbia.
Non m’importa nulla nemmeno della mia patetica esistenza.
Non ho superato alcun limite, non mi sono ribellato alla società, non ho preso in mano la mia vita, non ho agguantato la felicità: sto semplicemente aspettando che si esaurisca, sempre schiavo di quelle che potrebbero essere le conseguenze delle mie azioni.
Forse, per arrivare a quel momento, ci vorrà meno tempo del previsto.

Avverto un leggero mal di testa.
Ho contratto il coronavirus e sto per morire?
Se così è, non ricordatevi di me.
Se non m’importa nulla di quest’attimo, perché dovrebbe fregarmene qualcosa di quello dopo?

Sto pensando a come potrei chiudere il blog dopo che sarò morto, ma non mi viene in mente nessuna idea.
Ma non mi va di lasciarlo aperto.
E non mi va nemmeno di passare il testimone.
Certo che è il colmo: un fantasma che non può tornare nelle sembianze di un fantasma.

Fantasma nero

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1984 – George Orwell

Leggendo 1984 si potrebbe avvertire un lieve senso di smarrimento e angoscia.
Saremmo tentati di dire: “Meno male che non vivo in un mondo così”.
Poi, dopo aver chiuso il libro, torneremmo a pensare alle nostre vite come se niente fosse.
Invece dovremmo avere paura di quella distopia, perché noi viviamo veramente in un mondo così.

La stampa – ormai divenuta la prostituta dei poteri forti (che si chiami Grande Fratello o in un altro modo, importa poco) – controlla la realtà, o meglio: controlla il nostro modo di percepirla.
La stampa non informa: provoca, istiga.
Le importa solo ricevere like, non smascherare nefandezze, non verificare fonti, non operare inchieste investigative.
Adesso è il momento del coronavirus, ma prima di quello ci sono state tante altre cose che potevano ucciderci.
E la cosa divertente è che potrebbero ancora farlo, solo che smettiamo di esserne consapevoli.

Per mesi hanno pubblicato notizie su ponti, gallerie e piloni lesionati e a rischio crollo.
Nonostante i cantieri aperti, quel pericolo esiste ancora.
Prima ancora c’era l’epidemia di morbillo, alternata a quella potenziale causata dall’ebola.
Ogni giorno, tramite piccole imbarcazioni, continuano a sbarcare sulle nostre coste decine di clandestini, quindi l’ebola può potenzialmente arrivare senza problemi in Italia.
È arrivata la primavera con due mesi d’anticipo, si parla già di siccità e dei prossimi disastri ambientali dovuto al cambiamento climatico; eppure anche questo problema, ben più serio dei precedenti, è stato accantonato.
Quando non ci sono notizie degne di nota da pubblicare, invece, si tiene pronto un articolo per condizionare l’opinione pubblica contro il (presunto) terrorismo.

La stampa controlla le notizie e chi legge ha l’errata percezione che avvenga solo ed esclusivamente quello che viene riportato sui quotidiani.
Tanti piccoli Winston Smith sono impegnati a manipolarci ogni giorno, tagliando, cucendo, alterando informazioni create su misura per distogliere la nostra attenzione da problemi più urgenti.
E i lettori come accolgono queste pseudoinformazioni?
Chiamo in causa un termine utilizzato anche in 1984: solipsismo.
La realtà smette di essere oggettiva e diventa conseguenza dell’esistenza dell’osservatore.
Gli eventi a noi estranei divengono pericoli atti a colpirci in prima persona, come se il cattivo di turno ci avesse presi di mira perché siamo i protagonisti unici della vita reale.
Ai lettori importa solo quella parte d’informazione che li coinvolge direttamente, altrimenti è come se non esistesse.

Se avete tanta paura di morire per colpa del coronavirus, vi voglio tranquillizzare: potreste morire ben prima di aver contratto quel virus (che, in teoria, potrebbe non essere nemmeno letale).

Fantasma nero

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American beauty (spoiler)

Il film non è recente, ma penso sia corretto indicare lo spoiler perché non tutti potrebbero averlo visto.

Con quale spirito vi dedicate alla visione di questo cult cinematografico?
Con gli occhi inorriditi di chi pensa che, anche a costo di andare contro la propria felicità, sia più importante dare di sé un’immagine positiva, soprattutto in un contesto familiare?
Oppure vi spinge a ribellarvi alle convenzioni che questa società perbenista e ipocrita impone e al diavolo tutti?
Sicuramente non lascia indifferenti nell’esacerbare la frustrazione dei protagonisti.
E come dare loro torto?
Quando ti svegli ogni mattina, vai al lavoro, torni a casa, ti nutri e dormi solo per mantenere in vita il corpo-automa, o ti suicidi o cerchi di ritrovare la felicità perduta.
E dove può nascondersi questa dispettosa fatina?

Se sei un uomo insoddisfatto, assume le sembianze dell’amica di tua figlia.
Se sei una donna maniaca del controllo, nell’essere sottomessa dal tuo rivale vincente.
Se sei una ragazzina incompresa, nel ragazzo che tutti evitano perché troppo strano.
Se sei una ragazzina schiava dell’apparenza, nel padre maturo della tua migliore amica.
Ma trovare la felicità, anche qualora dovessi riuscirci, non vuol dire poterla acchiappare e tenere stretta.
Essa sfugge proprio nel momento topico, quando eri già convinto di avere la vittoria in tasca.
Il mondo ti crolla addosso e, con esso, tutte le speranze di un radicale cambiamento.
Nel linguaggio tecnico dicesi: sei fottuto.

Ma a volte ci va bene e non siamo costretti a movimentare troppo la nostra vita per ritagliarci qualche momento di intenso piacere.
Le piccole cose ci donano grandi gioie, ma quali sono?
Soggettivamente parlando: accarezzare un gatto mentre fa le fusa, leggere un libro emozionante, chattare con una ragazza mentalmente attraente.
Banali cose che, nel loro piccolo, producono un effetto balsamico.
Eppure non è abbastanza.
Niente di tutto questo dura con me, perché preferisco concentrare la mia attenzione sul brutto che c’è nel mondo, ed è veramente tanto.
Così perdo la bellezza che avevo di fronte agli occhi, la quale viene prima opacizzata, poi completamente ricoperta da una secchiata di catrame.
Il mio cuore non si placa nella contemplazione del bello, ma nella devastazione del brutto.
Esso ha bisogno di pace, ma anche di violenza.
Non sottovalutate lo stress mentale di dover reprimere un impulso tanto forte e ormai geneticamente radicato…

Forse il personaggio che più di tutti apprezzo in AB è il ragazzo che filma tutto e spaccia marijuana.
Tralasciando la droga (che non m’interessa minimamente), è il suo modo quasi ingenuo di approcciarsi alla vita a essere interessante.
Sembra comprendere i concetti di bene e male, eppure la morte non lo turba, non lo scuote, non intacca il suo sguardo glaciale.
Non ne rimane incantato come farebbe un sadico carnefice: l’ammira con curiosità e senza pregiudizi.
Ed è proprio quello che occorre per apprezzare la vita: non chiudere gli occhi di fronte alla morte, perché ti ricorda che è sempre lì in agguato.
Alla fine del film abbiamo due cadaveri: quello del protagonista che si ritrova un proiettile in testa e quello della madre del ragazzo; di quest’ultima si può dire tutto, ma non che sia viva.

Non è bello essere un adulto che si emoziona come se fosse un bambino?
Lo sarebbe senz’altro; personalmente, ho quasi dimenticato come si fa.
È una sensazione della quale ho nostalgia.
Quel sacchetto, umile e insignificante, è diventato l’artefice dei battiti di cuore di chi ha saputo valorizzarlo.
Io non mi commuoverei mentre viene sospinto da raffiche di vento, schiavo e complice allo stesso tempo.
Lo prenderei e lo butterei nel bidone della plastica.

Fantasma nero

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Lettere 1845-1886 – Emily Dickinson

Forse un giorno riuscirò a comprare il libro contenente tutte le sue poesie, ma per ora non ho soldi da sperperare (la raccolta, nuova, costa sugli 80 €).
Al momento mi devo accontentare di una selezione di una ventina di poesie e di questa raccolta di lettere.
Oggi è proprio su questa che intendo concentrarmi.

Fino a pochi secoli fa, pur essendoci molte meno persone istruite, si scriveva meglio e con maggior passione; c’erano sicuramente gli analfabeti, ma lo erano per scarsità di mezzi economici, non per pigrizia e accidia.
Adesso i laureati sono una fetta considerevole della popolazione mondiale, ma non mi sembrano poi così colti.
A scuola si studiano concetti a memoria, ma non si assimilano le nozioni che stanno alla base di essi.
Anno dopo anno si ripetono gli stessi schemi e si producono automi incapaci di ragionare autonomamente e/o privi di reali prospettive lavorative.
Gli errori grammaticali sono presenti ovunque e guai a farli notare: anziché imparare a correggerli, gli utenti si offendono come se l’ignoranza fosse un diritto previsto dalla Costituzione.

Le lettere scritte a mano impiegavano giorni per essere recapitate e si stava col fiato sospeso in attesa di una risposta.
Venivano scritte e lette con intensità emotiva, si raccoglievano e custodivano gelosamente come dei veri tesori.
Erano curate nella forma e nella sostanza, esprimevano sentimenti puri e sinceri, comunicavano pensieri profondi suggeriti dalla flebile voce dell’anima.
Con una mia ex, avendo avuto con lei una relazione a distanza, alla comunicazione digitale avevamo affiancato le lettere scritte a mano e spedite per posta.
Non solo era divertente e coinvolgente: personalmente avevo la sensazione di comunicare con una persona diversa, rispetto a come mi appariva in chat (nella quale, io stesso, trascorrevo ore senza scrivere nemmeno una parola…).

Internet, come mezzo di comunicazione, è estremamente importante, perché aiuta a conoscere persone dal carattere affine (altrimenti dovremmo “accontentarci” di comunicare con quelle vicine, ma con una personalità poco compatibile con la nostra) e unisce anche nella distanza.
Ma a quale prezzo?
Ci stiamo abituando ai rapporti usa e getta e alla quantità a scapito della qualità.
I legami affettivi sono sostituiti da masturbazioni mentali (e, spesso, pure fisiche…) e da fantasie condizionate da un senso di solitudine inspiegabile e immotivato.
Siamo proprio sicuri che il progresso operi sempre in meglio?

Fantasma nero

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Stop ai sogni

Cara Mente,

sono qui per renderti partecipe di una petizione firmata da me, me, me, me e me; in delega, parlo anche per conto di me, il quale non può essere presente.

Con la suddetta petizione intendiamo metterti al corrente di un fatto increscioso che, speriamo, giunga a una naturale, rapida e permanente conclusione.
In poche parole: smettila di sognarla.
È già passato qualche anno, abbiamo preso strade diverse, non siamo rimasti in contatto.
Io non interesso più a lei e lei non interessa più a me.
Siamo estranei l’uno per l’altra, lo vuoi capire?

Se almeno ti limitassi a sognarla in modo amichevole potrei anche chiudere un occhio (è un modo dire: quando sono sogno sono già chiusi entrambi), ma per quale accidenti di motivo devi farci fare la parte di quelli che vogliono rimettersi insieme?
Perché dobbiamo lasciarci andare a sdolcinate effusioni?
Soprattutto (e questo sì che mi fa girare immensamente le palle), perché devi chiamare in causa i suoi genitori?
Ti sono forse sembrato entusiasta quando li ho conosciuti?

Questa situazione deve finire all’istante; bada bene che non te lo stiamo chiedendo.
Fallo o saremo costretti a prendere seri provvedimenti nei tuoi confronti.

Saluti (non cordiali).

Fantasma nero e relative personalità multiple

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Passengers (spoiler)

Passengers è un film che comincia bene e finisce abbastanza male.

Abbiamo un’astronave piena di gente pronta a inquinare colonizzare un nuovo pianeta, ma, a causa di un’avaria, un membro della squadra tecnica si risveglia prima del previsto.
E dov’è il problema?
Il problema è che lui non ha modo di rimettersi a dormire né di contattare la Terra per farsi dare istruzioni.
Ah, c’è un’altra cosa: il suo risveglio è stato anticipato di novant’anni.
Ecco, ora sì che c’è un piccolo problema, visto che è destinato a morire di vecchiaia solo soletto sull’astronave.
A tenere compagnia al risvegliato c’è un androide mezzo antropomorfo con uno strano senso dell’umorismo.
Ora immedesimiamoci nel protagonista.

Visto che è solo, perché non godersi un po’ i lussi dell’astronave senza alcuna restrizione?
La salute c’è e il tempo libero non manca di certo.
Così fa, ed è fino a questo punto che il film è ancora interessante da vedere.
Ovviamente subentra un altro problema: il grande uomo comincia a patire la solitudine (te pareva…), quindi vorrebbe suicidarsi, ma non ne ha il coraggio.
A un certo punto gli viene un’idea così geniale da rovinare il film: studia il profilo di una ragazza ibernata e, simulando un guasto alla sua capsula, la risveglia.
Per un po’ l’inganno funziona, al punto che s’innamorano e riesce pure a farsela.
Poi lei scopre tutto e, giustamente, capisce di essere stata condannata a morte (ricordate la storia dei novant’anni di viaggio?).
A un certo punto succede un fatto inaspettato e sono costretti a collaborare.
Quell’omuncolo si è fatto i propri comodi e lei, anziché sfasciargli il cranio con una mazza, lo perdona.
Questa storia d’amore non s’aveva da fare.

Film bello fino a quando affronta i vantaggi della solitarietà e gli svantaggi della solitudine puntando l’obiettivo su un Robinson Crusoe spaziale, ma poi sbrocca con la relazione sentimentale.

Fantasma nero

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Diagnosi

Chi mi conosce nella realtà è al corrente anche della mia avversione per il sole.
Il problema è che, pur in buona fede, ogni tanto mi viene rivolta questa frase: “Vedrai che il freddo arriva…”.
E allora?
Anche ammettendo che arrivi ora – e nutro seri dubbi al riguardo –, come faccio a recuperare i quasi tre mesi di freddo che non c’è stato?
Contavo sul periodo invernale per distendere un po’ la mente e rilassarmi, in preparazione dell’ormai imminente sfida contro l’ennesima estate.
Invece siamo a febbraio e ho i nervi tesi come se fossimo già a giugno.
A meno che il freddo non arrivi ora e duri almeno fino a maggio, prevedo giornate colme di collera, ira, rabbia e senso d’impotenza.

La verità è che, per la gente “normale”, una persona che si lamenta del sole è considerata strana, sbagliata, malata: è incompresa.
Se così non fosse non m’inviterebbero, tra le altre cose, a trascorrere più tempo fuori casa per socializzare (due cose che odio in assoluto, guarda caso).
Nessuno, se non chi è come me, può empatizzare sulla sgradevole sensazione di aprire gli occhi ogni mattina sapendo che verranno feriti dai raggi del sole, né è in grado d’intuire il malessere mentale che questa persistente coltre luminosa mi provoca.
Non hai ossa rotte, non ti cola sangue dal naso, non vomiti bile.
In apparenza stai bene: forse sei solo un po’ scemo perché non ti piace il sole.
Caso chiuso, dottor House.

Fantasma nero

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Di generazione in generazione

Appartengo alla Generazione X, da molti sociologi considerata la più sfigata perché schiacciata tra il saldo ed egoistico tradizionalismo dei Boomers e il volubile e inconsistente progressismo dei Millennials.
Siamo una generazione apatica, senza valori e senza un’identità propria, ma abbiamo vissuto in pieno gli anni ’80, da più parti definiti “mitici”.
Personalmente questi giudizi non mi condizionano né in positivo né in negativo: sono solo opinioni come tante altre.
Anche oggi, da adulto, sento spesso lanciare critiche contro i giovani d’oggi, accusandoli esattamente delle stesse mancanza patite dalla mia generazione.
Quindi mi sorge un dubbio: non è che ogni generazione, rispetto alla propria, vede solo le cose negative di quella che la succede?
Non ho dati sufficienti per suffragare o confutare la mia teoria, quindi mi devo basare unicamente sulla mia esperienza personale.

Torniamo indietro nel tempo fino ai primi anni delle medie (metà anni ’80), quando avevo tra gli undici e i dodici anni.
Non avevamo computer (anzi, io avevo il Commodore 64, ma ero tra i pochi ad essere stato attratto dalla tecnologia fin da bambino), non avevamo Internet, non avevamo cellulari.
Ci si divertiva giocando in strada a pallone o a nascondino, ci si incontrava per copiare i compiti sbadatamente dimenticati, si discuteva sulle partite di calcio, sull’ultima puntata del Drive In o sulla nuova stagione di uno dei tanti anime – in prevalenza spokon e majokko – giunti in Italia in quel periodo.
Era il periodo delle prime imboscate nei portoni dei condomini per pomiciare in pace.
Era il periodo della mia cotta per Creamy (protagonista dell’omonimo manga/anime).
Era il periodo dei primi giornaletti porno e della perdita della verginità.
Non affronterò l’argomento in questa sede (e non so nemmeno se lo farò più avanti), ma vi basti sapere che, già alle elementari, ero attratto “sessualmente” dalle compagne di classe e dalle cugine.
Non scenderò nei particolari ma, quando iniziai le medie, avevo già fatto (consapevolmente) alcune cose che i miei coetanei non potevano nemmeno osare immaginare; forse non mi credereste nemmeno voi.

Quando dico che, alle medie, avrei voluto fare sesso con la professoressa di educazione fisica, intendo proprio quello che ho scritto e non qualcosa di generico e abbozzato.
Sapevo da tempo come si faceva e sapevo anche com’era fatta la vagina; e sì: mi piaceva già a quell’età.
A quanto pare, però, nella mia classe non ero l’unico relativamente precoce.
C’era questa compagna di classe (da ora: CDC) undicenne che, in cambio della merenda da mangiare durante la ricreazione, si rendeva disponibile per compiacere le libidinose attenzioni maschili.
Al mattino, prima di uscire di casa per andare a scuola insieme agli amici che abitavano nella stessa via, mia madre mi dava qualche spicciolo per comprare la merenda.
Secondo il nostro (poco tacito) accordo avrei dovuto comprare un pezzo di focaccia e un succo di frutta; quello era il tipo di merenda scolastica considerata più “salutare”.
A volte disobbedivo e compravo patatine e bibita in lattina; probabilmente mia madre non si sarebbe arrabbiata, ma non avrebbe nemmeno approvato tale scelta.
In realtà non compravo quelle cose per me, ma per la mia CDC: barattavo la merenda in cambio di alcuni “favori” (che, a seconda dell’umore della CDC, potevano essere anche castissimi bacetti da lontano…).
In cambio di tante patatine, ricevevo una sola patata (ma, ahimè, non nel modo in cui avrei tanto desiderato…).
Essendo uno dei pochi maschi della mia classe ricettivo a tali moine, divenni il bersaglio designato della mia CDC, che mangiava a sbafo in cambio praticamente di niente (se non della sua dignità, mi verrebbe da dire ora), visto che sicuramente non fui io a sverginarla.
L’anno successivo si fidanzò e il suo posto venne preso dalla sua migliore amica; le aveva effettivamente passato il testimone.
Lo sfruttamento reciproco (?) proseguì fino a quando anch’ella non si mise insieme a un nostro CDC.
Fu solo verso la fine delle medie che le cose cominciarono a farsi serie, grazie all’atteggiamento lascivo e disinvolto (direi proprio troieggiante) di una nuova CDC.

Quindi, come vedete, anche noi giovani di una volta ci comportavamo in maniera immorale; se avessimo avuto anche noi gli smartphone, avremmo fatto esattamente le stesse cose che fanno i giovani d’oggi.
Abbiamo fatto cose brutte e sbagliate oppure abbiamo semplicemente assecondato dei normalissimi impulsi naturali?
Mi verrebbe da dire la seconda, senza alcun dubbio.
Mi è capito di leggere qualche articolo nel quale si diceva che, tra i membri della Generazione Z, la verginità di perde sempre più tardi e addirittura la fine dell’adolescenza viene biologicamente posticipata oltre i vent’anni; personalmente lo trovo aberrante.
Alcuni giovani maturano prima di altri e manifestano le proprie esigenze fisiologiche con qualche irresponsabile atto di ribellione sessuale, ma questo credo sia un evento individuale e non globale.
Per quello che mi pare di osservare, anzi, mi sembra addirittura che tanti GenZ si stiano rammollendo a forza di stare sempre in famiglie iperprotettive.
Lo dobbiamo considerare un bene o un male?
A voi la parola.

Fantasma nero

Autore: Fantasma nero

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